Fashion - September 28, 2026

Milano Fashion Week SS27: la moda torna a essere personale

Forse la notizia più interessante arrivata dalla Milano Fashion Week Primavera/Estate 2027 non riguarda una borsa, una scarpa o il colore che indosseremo tra sei mesi. Riguarda piuttosto il modo in cui torneremo a vestirci.

Dopo stagioni dominate da guardaroba impeccabili, minimalismo rassicurante e quell’idea di quiet luxury che a un certo punto sembrava aver trasformato mezzo Instagram nello stesso armadio beige, Milano cambia registro. Non necessariamente urlando di più, ma permettendosi finalmente di essere più strana, sensuale, imperfetta e soprattutto personale.

La sensazione, alla fine di questi giorni di sfilate, è che la moda abbia meno voglia di dirci esattamente chi dobbiamo essere. E forse anche noi abbiamo meno voglia di farcelo dire.

Lo si capisce già da Prada, dove Miuccia Prada e Raf Simons prendono uno degli elementi più elementari del guardaroba, la gonna, e lo moltiplicano in decine di possibilità. Mini, pencil, plissé, crinoline, pannelli removibili, cristalli e materiali industriali: più che costruire una donna Prada, sembrano darle gli strumenti per inventarsela da sola. Il punto non è tanto cosa indossi, ma cosa decidi di farne.

È un’idea di libertà che attraversa, in modi molto diversi, parecchie collezioni viste a Milano. Da Fendi, Maria Grazia Chiuri porta fuori dalla camera da letto bra, boxer, sottovesti e pizzi, trasformando l’underwear in outerwear e mescolando la sensualità della lingerie con dettagli più duri, quasi punk. Sullo sfondo c’è anche Raffaella Carrà, riferimento perfetto per raccontare un corpo che può essere esposto senza necessariamente diventare oggetto dello sguardo altrui.

Da Ferragamo, Maximilian Davis guarda invece agli anni Quaranta senza alcuna intenzione di fare nostalgia: vita segnata e tailoring rigoroso vengono disturbati da trench e mini dress in gomma traslucida, sete annodate e drappeggi che si muovono sul corpo. Persino la storica zeppa F del 1947 ritorna trasformata. L’archivio, insomma, non come museo ma come materiale da manipolare.

È interessante perché questa Milano sembra ossessionata dal passato e allo stesso tempo pochissimo nostalgica. Max Mara recupera le viaggiatrici e le esploratrici degli anni Trenta traducendole in pantaloni sartoriali a vita alta, trench, safari jacket, lino e cargo vest: vestiti pensati per una donna che non aspetta che qualcosa accada, perché è già uscita di casa.

Ermanno Scervino sposta invece la macchina del tempo verso la Londra di Twiggy e David Bowie, tra minigonne a palloncino, pizzo, suede traforato e giacche da corsaro. Sembra tutto leggerissimo, ma dietro c’è quel tipo di artigianalità italiana che richiede ore di lavorazione per ottenere l’effetto opposto: far sembrare che non ci sia stato nessuno sforzo.

Anche il lusso, del resto, sembra avere meno bisogno di dichiararsi. Da Tod’s, Matteo Tamburini lo fa attraverso la materia: pelle quasi impalpabile, nappa traforata, seta e nylon, mentre l’iconico Gommino lascia la suola delle scarpe e diventa un elemento decorativo su capispalla, borse e accessori. È il genere di lusso che prima di essere fotografato vuole essere toccato.

Poi c’è chi, fortunatamente, non ha alcuna intenzione di diventare discreto. Roberto Cavalli, con Fausto Puglisi, torna a ricordarci che more is more: Los Angeles, stampe, texture, sensualità e accostamenti che sulla carta non dovrebbero stare insieme. Dopo anni passati a sottrarre, vedere qualcuno aggiungere senza sensi di colpa ha quasi qualcosa di liberatorio.

La stessa libertà, ma con un vocabolario completamente diverso, si ritrova da The Attico, che festeggia dieci anni partendo da una domanda sorprendentemente semplice: come ci vestiremmo se nessuno ci stesse guardando? Gilda Ambrosio e Giorgia Tordini continuano a giocare con glamour, sexiness e notte, ma la loro ragazza sembra oggi meno interessata a vestirsi per essere osservata. Si veste perché le va. E forse crescere, per The Attico, significa proprio questo.

Sportmax porta il discorso ancora più vicino alla realtà e si chiede cosa succeda ai vestiti quando le estati diventano sempre più calde: spariscono le maniche, arrivano organze quasi invisibili, trasparenze, slip dress e costruzioni che sembrano lasciare passare l’aria. Il cambiamento climatico entra nel guardaroba non come slogan, ma come problema concreto di design.

Ed è proprio quando si esce dai grandi nomi che il racconto di Milano diventa ancora più interessante. Marco Rambaldi parte dalla casa come spazio sicuro, da Virginia Woolf, Lisetta Carmi e Nan Goldin, e la riempie di crochet, fiori, denim, inserti vintage e volumi morbidi. La sua continua a essere una moda che prima ancora di costruire un’immagine prova a costruire una comunità, uno spazio in cui identità e famiglie scelte possano esistere senza dover essere spiegate.

Francesco Murano, al contrario, guarda al futuro passando da Metropolis di Fritz Lang: il jersey viene drappeggiato fino a sembrare architettura, pannelli geometrici galleggiano sul corpo e piccole borchie metalliche trasformano la georgette in una chainmail leggerissima. Futurismo senza costumi da fantascienza, che è molto più difficile di quanto sembri.

Messe una accanto all’altra, queste collezioni raccontano una stagione piena di contraddizioni. C’è il rigore e c’è il caos. C’è la lingerie e c’è il tailoring. Ci sono gli anni Trenta, Quaranta e Sessanta, ma anche un futuro sempre più difficile da immaginare. Ci sono materiali tecnologici e lavorazioni che sembrano appartenere a un’altra epoca. Soprattutto, non sembra esserci una sola donna a cui tutti stiano cercando di assomigliare.

Naturalmente le tendenze ci sono. Gonne, trasparenze, lingerie, vita alta, drappeggi, pelle leggerissima, utility, crochet. Tra qualche mese le ritroveremo nelle vetrine e probabilmente anche nei nostri feed.

 

 













 

Negli ultimi anni ci siamo vestiti da clean girl, old money, mob wife, office siren. Abbiamo imparato a riconoscere un’estetica prima ancora di capire se ci piacesse davvero, e TikTok ci ha abituati all’idea che ogni sei mesi servisse un nuovo personaggio da interpretare.

Milano, questa volta, sembra suggerire qualcosa di molto più semplice: prendere una gonna Prada, una sottoveste Fendi, un trench Ferragamo, un pezzo di crochet di Rambaldi o qualsiasi cosa ci faccia sentire qualcosa, mischiarli male, bene, troppo o pochissimo e farli diventare nostri.

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