Lifestyle - March 5, 2021

Intervista Ai Protagonisti di Mental, La Serie Che Elimina I Taboo Sui Disturbi Psichiatrici 

Mental, la serie italiana prodotta da Stand By Me in collaborazione con Rai Fiction, affronta senza veli la realtà dei disturbi psichiatrici tra gli adolescenti. Storie di vita quotidiana fatte di sentimenti, errori, interrogativi e passioni tipiche dell’età adolescenziale si scontrano con un mondo fatto di stereotipi irraggiungibili e valori distrutti, in un racconto schietto, sincero e appassionante. I protagonisti Nico, Emma, Daniel e Michele interpretati dagli attori Greta Esposito, Federica Pagliaroli, Cosimo Longo e Romano Reggiani mettono in evidenza quattro macro patologie che affliggono, purtroppo, una vasta percentuale dei giovani d’oggi: schizofrenia, anoressia, borderline e bipolarismo. La sceneggiatura di Mental parte da una realtà, in cui si entra in punta di piedi e accompagnati nel cammino dagli specialisti che la vivono quotidianamente. La Dott.ssa Paola De Rose dell’Ospedale pediatrico Bambin Gesù ha lavorato a quattro mani con Rai con l’obiettivo non solo di far conoscere le patologie psichiatriche da cui sono affetti bambini e adolescenti, ma soprattutto di abbattere lo stigma del disturbo mentale tra gli adolescenti, spesso causa di emarginazione. La musica e la fotografia di Mental sono un perfetto quadro della vita adolescenziale dei suoi protagonisti, che, insieme alla trama, rendono la serie una di quelle da divorare in una sola nottata, perché in fondo…da vicino nessuno è normale! Abbiamo incontrato per voi gli sceneggiatori Laura Grimaldi e Pietro Seghetti insieme ai quattro protagonisti, ecco qui la loro intervista! 

TBS: Mental è una serie ispirata da storie vere e dedicata ai giovanissimi. Da dove nasce l’idea e come avete raccolto queste testimonianze di vita? 

Laura Grimaldi/Pietro Seghetti: L’idea alla base della serie è: da vicino nessuno è normale. Per iniziare a scrivere ci siamo chiesti quindi non tanto cos’è la malattia mentale, ma cos’è la normalità e come entra nelle nostre vite, in quelle dei protagonisti. Quando la produttrice Simona Ercolani di Stand By Me ci ha proposto di scrivere MENTAL, abbiamo visto il format originale finlandese, Sekasin, ci è piaciuto molto e proprio per questo però abbiamo deciso di stravolgerlo. 

Volevamo creare un racconto personale che, prendendo spunto da quelle storie, fosse legato a quello che abbiamo vissuto noi per primi, ma anche alle vicende di amici e persone a cui vogliamo bene, e a quelle dei pazienti che abbiamo conosciuto tramite la nostra consulente, la dottoressa De Rose dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma. Sono storie al limite, spesso difficili, ma anche piene di vita, di voglia, di energia. Volevamo fare una serie divertente e appassionante ma che allo stesso tempo non risparmiasse colpi, infondendola delle tante storie con cui siamo venuti a contatto. 

TBS: La depressione è stata definita la malattia del nostro secolo, quanto è importante parlarne anche ai più giovani e perché? Qual è il modo migliore per farlo? 

Laura Grimaldi/Pietro Seghetti: La nostra salute mentale passa da come preveniamo, attraversiamo e superiamo il dolore. La depressione è rimanere bloccati, senza riuscire a concludere tutto il percorso. In un momento di grande instabilità, e anche di sospensione, come è questo che stiamo vivendo tutti oggi, è importante parlarne forse soprattutto per non sentirsi soli. E per chiedere aiuto, ai medici sicuramente, ma anche a chi ci sta intorno. 

Ognuno può trovare il proprio modo per trattare questo tema o per parlare di sé. Il nostro è usare anche l’ironia per rompere l’imbarazzo di ammettere di stare male. Per questo in MENTAL raccontiamo la parte più drammatica delle storie dei ragazzi, ma anche le cazzate da adolescenti, compresi amori, litigi, errori e… erezioni.

TBS: Nella serie Emma, una delle protagoniste interpretata da Federica Pagliaroli, è una giovane sedicenne ossessionata dai social network e dalla ricerca della perfezione, quanto l’impatto dei social e la supremazia dell’immagine hanno influito sullo sviluppo di queste patologie tra i più giovani? Quale ruolo dovrebbero assumere quindi i social affinché questo non accada?

Federica: Emma soffre di anoressia, autolesionismo e mania del controllo. Il potenziale dei social in realtà è meraviglioso, il problema è che sono come una grande bugia. È così facile modificare una foto e tranquillizzarsi, e farsi vedere in un determinato modo ma non è la vita reale. Se si è particolarmente fragili come lo è Emma, i social creano veramente tanti problemi e peggiorano la situazione. La peggiorano per tutte le ragazze come Emma, ad esempio, che hanno una patologia perché sono molto severe con se stesse e hanno un’idea di perfezione che non riescono a raggiungere, e vengono a contatto con i social che offrono queste immagini di stereotipi di bellezza irraggiungibili. Quello che si potrebbe fare è non evitare di specificare quando delle foto siano modificate, perché poi si va a creare un modello che non esiste, un modello creato al computer. Sarebbe bello sfruttare i social al contrario, per fare capire quanta diversità e varietà c’è. 

TBS: Nico, la protagonista della serie interpretata da Greta Esposito, ha subito un trauma che ha tenuto segreto, che le ha provocato allucinazioni e crisi d’ansia, come si può far capire ai più giovani che denunciare e parlarne è il primo passo per contenere queste traumatiche conseguenze? Chi dovrebbe farsi portavoce di questo progresso? 

Greta: Credo che in generale denunciare, parlare, dire la verità sia fondamentale. Dire la verità è l’arma più bella che abbiamo ed anche la più difficile, perché significa mettersi a nudo e rendersi vulnerabili. Denunciare è l’unico modo che si ha per uscirne. Chiunque abbia subito abusi ha bisogno di sentirsi accolto e parte di una comunità. La solidarietà è la cosa fondamentale, non bisogna far sentire la vittima colpevole ma parte di una famiglia che è quello che succede in Mental. 

TBS: Il personaggio di Michele, interpretato da Romano Reggiani, mette a nudo una realtà cruda, quella dell’utilizzo smisurato e inconsapevole delle droghe tra gli adolescenti. Vi è una correlazione tra questo e la patologia borderline del protagonista, di cui ancora si parla troppo poco. Come va definita e quale sarebbe il miglior modo di creare più consapevolezza intorno a questa patologia e le cause da cui può essere scaturita? 

Romano: Essere borderline è una patologia molto comune e diffusa, sicuramente molte persone che conosciamo soffrono di questa patologia. Io, Romano Reggiani, mi sono approcciato a questa interpretazione portando la mia sensibilità in un personaggio che sente un vuoto. Chi soffre di patologia borderline avverte un vuoto dentro e molte volte lo colma con le dipendenze come Michele, che è un personaggio molto sensibile, che colma le sue mancanze con le droghe. 

Quello che abbiamo cercato di fare in Mental, però, è stato evitare di creare delle etichette, ma lavorare sui sentimenti. I pazienti bipolari vengono definiti “senza pelle”, si dice anche nella serie quando Michele è a colloquio con la psicologa, questo significa che amplificano tutto, le relazioni, i sentimenti e le reazioni che sono quasi sempre eccessive. Quello che vorrei dire io, che è molto personale, è che anche io sono stato dallo psicologo e come me c’è tanta altra gente che ha problemi più gravi o meno gravi, ma in ogni caso non bisogna mai avere paura di andare a parlare con un dottore, allo stesso modo in cui si prende una aspirina se si ha mal di gola. 

TBS: Il bipolarismo è la patologia da cui è affetto il personaggio di Daniel, in che modo l’attore Cosimo Longo è riuscito ad entrare così a fondo nei comportamenti di un soggetto bipolare? 

Cosimo: Sicuramente alla base del lavoro c’è lo studio della patologia che però abbiamo fatto in un momento iniziale, appena siamo arrivati al pratico abbiamo deciso con un attinge coach e il regista di partire dalla psicologia di Daniel, ovvero da quello che gli piace e non, le sue paure, le sue esigenze, i suoi bisogni. Dopo aver creato Daniel come persona ed essere umano, gli abbiamo aggiunto tutte quelle che sono le caratteristiche del disturbo bipolare. Siamo partiti per esempio dai momenti di Ipomania, ovvero dai momenti di sovreccitamento, per passare poi ai momenti di depressione, di fragilità, di delicatezza. Una delle cose più complicate sul set è stata unire l’ energia necessaria ai momenti di euforia a quella necessaria ai momenti di debolezza, perché parliamo di due energie completamente diverse. Ho preso ispirazione da alcuni personaggi cinematografici e televisivi che conosco, il più importante è stato il personaggio di Neil Patrick Harris in How I Met Your Mother, Barney Stinson. Da lui ho preso molto del modo di fare, di parlare, di relazionarsi con la gente, ma anche dell’espressività, delle movenze, del suo modo di ridere. 

TBS: In Mental si parla molto dell’utilizzo di psicofarmaci, somministrati in grandi quantità anche dagli stessi operatori sanitari; vuole essere una denuncia alle istituzioni e a come vengono trattate queste patologie? 

Laura Grimaldi/Pietro Seghetti: Se ti rompi un braccio, non hai troppi dubbi sul farti mettere un gesso o meno. Se soffri di una patologia psichiatrica invece è più che comune guardare con sospetto alle cure farmacologiche. 

Ci sono tanti stereotipi e leggende che girano intorno all’utilizzo di psicofarmaci, ma se assunti sotto controllo medico sono semplicemente parte della cura insieme alla psicoterapia. 

Può fare paura, e infatti i nostri protagonisti all’inizio sono spaventati all’idea di prendere le medicine, qualcuno smette anche di farlo, e noi seguiamo il loro punto di vista, senza giudizi. 

Non c’è però una denuncia alle istituzioni, ma solo il racconto delle fasi di accettazione del percorso di giovanissimi pazienti. Omettere la parte più difficile non avrebbe aiutato nessuno.

TBS: L’episodio 8 della prima stagione si conclude indubbiamente con un finale aperto, questo significa che ci sarà un continuo? Qualche spoiler?

Laura Grimaldi/Pietro Seghetti: Ci stiamo lavorando e speriamo di poterla realizzare con Rai Fiction per Raiplay. Alla fine della prima stagione i protagonisti si ritrovano tutti con un grande problema da risolvere, ma almeno hanno accettato di stare nei casini. Per la seconda abbiamo già molto chiaro il tema, l’evoluzione delle patologie e dove vogliamo portarli. La sfida è riuscire a raccontare i cambiamenti dei personaggi mantenendo il legame con il pubblico… Nelle serie che ci piacciono d’altronde è così: non si fanno prigionieri.

Domanda a tutti i protagonisti: quanto tempo ci è voluto e come avete fatto ad interpretare soggetti con patologie psicologiche così marcate? Vi erano completamente sconosciute o avete avuto modo di viverle in prima persona? 

Cosimo: Prima di Mental non avevo mai avuto a che fare con storie di persone con il disturbo di Daniel, però devo dire che dopo l’uscita di Mental sto ricevendo moltissimi messaggi e testimonianze da persone che l’hanno vissuto in prima persona o con persone care, e questo mi sta aiutando sempre di più ad avvicinarmi e comprendere il disturbo bipolare. 

Federica: Il lavoro sul personaggio è stato un bel viaggio, in cui ognuno ha lavorato in modo diverso. Abbiamo avuto due settimane di lavoro sia singolarmente che in gruppo, perché bisognava costruire prima una personalità, un modo di essere, che era il personaggio e poi la patologia, che è venuta in secondo piano. In seguito abbiamo lavorato in gruppo relazionando queste diverse personalità in un unico spazio. É stato un lavoro di grande comprensione, un lavoro molto forte che mi ha fatto capire quanto tutti abbiamo dei disturbi della personalità, con la differenza che quelli dei protagonisti sono molto amplificati e quindi diagnosticati come patologie. 

Greta: La schizofrenia era per me una patologia completamente sconosciuta, sia per quanto riguarda me, che per le persone a me vicine. É stato davvero come entrare in un mondo nuovo, e in questo ci hanno aiutato tantissimo gli specialisti e la dottoressa De Rosa del Bambin Gesù di Roma. É stato come entrare in punta di piedi e con grande rispetto, in un universo che non ti appartiene e uscirne sentendotici parte. A vent’anni ho capito che chiedere aiuto è fondamentale e bisogna farlo a testa alta. 

Romano: Il percorso che abbiamo fatto non è stato solo legato all’analisi delle malattie. Credo che la serie Mental in generale funzioni bene perché i nostri personaggi sono interpretati non basandosi sulla malattia, abbiamo studiato e capito di cosa si tratta ma la abbiamo vissuta come la vive un paziente psichiatrico, senza saperlo, vivendo i sentimenti per quello che sono. Io dentro Michele ho cercato di interpretare il personaggio senza giudicarlo, con sincerità, con verità. Conosco nella mia vita persone che hanno subito dinamiche simili al mio personaggio e a quello degli altri, ma il progetto ha preso vita non solo grazie a noi e alle nostre esperienze ma all’incredibile lavoro degli sceneggiatori, della regia e dell’aiuto della Dott.ssa De Rose, senza i quali Mental non esisterebbe. 

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